LAVORO! LAVORO! LAVORO!

Una delle tragedie economico-sociali messe nel dimenticatoio sia a livello nazionale che europeo è il disastro delle cosiddette delocalizzazioni (offshoring, suona così in inglese).
I dati sono importanti: ogni nave che scarica in un porto italiano diecimila container importa in automatico 10 milioni di ore di lavoro prodotte in Cina (o in Asia o nelle zone di sfruttamento del lavoro) con le relative prestazioni ai limiti della schiavitù e senza tutele per la sicurezza.

lavoroQuesta pratica, che è diventata una prassi del nostro capitalismo parassita, ha rovinato milioni di cittadini italiani impoverendoli (più di 5.000.000 i poveri in Italia) e una casta di circa un centinaio di migliaia di super ricchi. Le aziende che hanno chiuso in Italia delocalizzando hanno condannato interi comparti produttivi decidendo di fatto l’eliminazione di competenze, macchinari, professionalità trovate nei paradisi fiscali e dello sfruttamento del lavoro, anche molto vicini a noi.
L’Europa è rimasta a guardare in nome di un liberalismo cinico e castrante per un intero tessuto economico nazionale. Le soluzioni potrebbero essere: rendere conveniente la localizzazione delle imprese in Italia, aumentare le imposte sulle produzioni a livello europeo dove sia accertato una compressione dei salari impropria e una accertata carenza di dignità dei lavoratori; aumento delle imposte sui prodotti provenienti dai paradisi salariali che producono abbassando le tutele ambientali e sulle sicurezze sul lavoro; incentivi per il rientro delle produzioni manifatturiere in Italia.
Chiunque dovesse diventare eurodeputato dovrà necessariamente porre al centro del dibattito questa progressiva “carneficina” delle imprese e del lavoro italiano.

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Simona Suriano